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IL PRINCIPE (De principatibus) di Niccolò Machiavelli - un riassunto nell'italiano del 2013

CAPITOLO I

QUOT SINT GENERA PRINCIPATUUM ET QUIBUS MODIS ACQUIRANTUR

Quanti siano i generi dei principati e in quali modi si acquisiscano

How many kinds of principalities exist and how to obtain them

Uno Stato o è una Repubblica o è un Principato. I principati sono o ereditari, o nuovi. I nuovi o sono interamente nuovi, o sono delle nuove acquisizioni di uno stato ereditario. Gli abitanti di questi territori acquisiti, o già vivevano sotto un Principe, o erano liberi; e si conquistano o con le armi di altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù.

CAPITOLO II

DE PRINCIPATIBUS HEREDITARIIS

Sui principati ereditari

On hereditary principalities

Delle Repubbliche ho già ragionato altrove, dunque tratterò solo dei Principati e in particolare di come si possano governare e mantenere. È più facile mantenere Stati ereditari che Stati nuovi: basta seguire la strada degli antenati e temporeggiare nelle situazioni difficili; anche gli attacchi esterni non sono una grande minaccia. Un Principe ereditario non ha molti motivi di esercitare violenze, dunque sarà più amato degli altri, a meno che non abbia dei vizi odiosi.

CAPITOLO III

DE PRINCIPATIBUS MIXTIS

Sui principati misti

On mixed principalities

Difficile è mantenere un Principato nuovo. Se è una nuova acquisizione, il Principe si troverà a dover trattare con i nuovi sudditi e questo comporta sempre un uso della violenza, ovvero di eserciti e altro, cosicché lo odieranno sia quelli che non volevano un nuovo Principe, sia quelli che lo hanno aiutato a conquistare il potere, perché ne saranno di sicuro meno contenti di quanto pensassero. D’altro canto, è inevitabile avere degli amici all’interno del territorio che si vuole conquistare. Luigi XII di Francia, conquistando e perdendo Milano due volte, ha offerto un esempio di quanto sia difficile ampliare il proprio Stato. Una nuova acquisizione, se è vicina allo Stato antico e ha la stessa lingua, gli stessi costumi ed era governata in precedenza da un altro Principe, non è difficile mantenerla: basta uccidere tutta la precedente dinastia e non cambiare le leggi e le tasse precedenti. Difficilissimo invece mantenerla se è in una regione lontana, di lingua e cultura diversa. È necessaria grande fortuna e capacità per riuscire nell’impresa. Una mossa ottima sarebbe che il Principe si trasferisse nelle terre appena conquistate, come ha fatto il Turco con la Grecia. È efficace anche fondare colonie nel territorio conquistato, che non costano e sono fedeli. Vengono colpiti solo i proprietari delle terre confiscate che, poi, proprio per essere diventati poveri, non possono reagire. E gli altri imparano la lezione. Di regola, con gli uomini non si devono adottare mezze misure: o li accarezzi, o li distruggi, perché tendono a vendicarsi, ma solo dei colpi leggeri: da quelli grandi, vengono annientati. Quindi la strategia peggiore è in questo caso mandare il proprio esercito a presidiare un territorio lontano. Costa moltissimo e ingenera odio nei sudditi. Bisogna invece sostenere e cercare sostegno tra i potenti di piccolo calibro senza dare loro troppa forza, togliendo di mezzo i potenti veri, che vorrebbero sempre riprendersi il territorio perduto. Bene fecero i Romani amministrando la provincia di Acaia (Grecia) appena conquistata. Inoltre, come i medici che sanno prevenire le malattie prima che si manifestino, i Romani risolvevano i problemi appena si presentavano, magari con una guerra, senza lasciarli incancrenire e divenire insolubili. Luigi XII di Francia invece ha seguito una strada diametralmente opposta e perciò ha perso Milano due volte. Errore gravissimo dei francesi è aver lasciato che il Papa rafforzasse il suo potere: l’uomo che tu aiuti a prendere il potere sarà un giorno tuo avversario, perché teme la tua forza o il tuo ingegno con cui lo hai così efficacemente sostenuto.

CAPITOLO IV

CUR DARII REGNUM QUOD ALEXANDER OCCUPAVERAT A SUCCESSORIBUS SUIS POST ALEXANDRI MORTEM NON DEFECIT

Per quale ragione il regno di Dario, il quale fu occupato da Alessandro, non si ribellò ai suoi successori dopo la morte di Alessandro

Why Dario's kingdom, conquered by Alexander, didn't rise against his successors after Alexander's death

Perché Alessandro Magno morì mentre l’impero era sull’orlo del collasso e invece il suo successori riuscirono a conservare il loro Stato? Rispondo così: i Principati o sono governati da un Principe assoluto, come il sultano Turco ottomano, oppure dal Principe insieme ai nobili, che controllano sudditi e Stati propri, come il re di Francia. Il primo ha più autorità, il secondo deve rispettare una nobiltà numerosa. Togliere il potere al primo è più difficile, ma poi è più facile restare al comando, perché, una volta uccisa tutta la famiglia del Principe, non ci sono altri avversari temibili. Togliere il potere al secondo è più facile, ma i nobili, che magari ti hanno aiutato, poi insidiano il tuo potere.
Simile al sultano ottomano era Dario re dei Persiani. Alessandro, dopo averlo vinto sul campo, divenne Principe incontrastato e se i suoi successori non avessero litigato tra loro, avrebbero mantenuto il potere facilmente. Gli Stati che hanno molti piccoli potentati non si governano mai tranquillamente, perché nascono continue sedizioni. Finché in Gallia (Francia), in Spagna, in Grecia rimase il ricordo dei vari capi tribali e delle varie poleis, i Romani li governarono a fatica. Quando si spense la memoria di quei piccoli e numerosi poteri, i Romani governarono quei territori con facilità.

CAPITOLO V

QUOMODO ADMINISTRANDAE SUNT CIVITATES VEL PRINCIPATUS QUI ANTE QUAM OCCUPARENTUR SUIS LEGIBUS VIVEBANT

In quale modo si debbano governare le città e i principati che prima di essere conquistati vivevano secondo le proprie leggi

How cities and principalities which had lived by their own laws before being conquered should be governed

Quale comportamento deve tenere un regnante per riuscire a mantenere il potere in uno stato che già prima di essere conquistato possedeva leggi proprie? Sono possibili tre vie: la prima, quella della violenza, consiste nel distruggere la città assoggettata e nell’abbattere così anche la sua organizzazione politica; la seconda, nell’andare ad abitare personalmente nel territorio conquistato, così da esercitare il potere in modo più diretto; la terza, nell’istituire nello stato conquistato un'oligarchia governata a distanza, mantenendo però invariati ordinamenti e leggi precedenti alla conquista. Alcune grandi potenze del passato che avevano adottato questi comportamenti offrono lo spunto per un’analisi circa l'efficacia delle loro scelte e le cause del loro successo o del loro insuccesso. I Romani, ad esempio, ottennero il pieno controllo di Cartagine e di Capua radendole al suolo, e furono costretti a fare lo stesso con numerose città greche dopo aver provato a lasciarle vivere secondo le proprie leggi. Gli Spartani istituirono un'oligarchia ad Atene e Tebe e in un primo momento riuscirono a dominarle, ma le persero pochi anni dopo. La conclusione che si trae nella fase conclusiva del capitolo è che il modo più efficace per mantenere il potere in uno stato dotato di leggi proprie è distruggere la struttura dello stato conquistato, dal momento che le rivolte nascono sempre dal ricordo di una precedente condizione. Infine, vengono messi a confronto l'atteggiamento dei cittadini di una repubblica e quello dei cittadini di un principato nei confronti del nuovo conquistatore: sottomettere e tenere a bada i cittadini di un principato è facile perché sono abituati a vivere sotto a un principe che ha un potere assoluto, e per questo fanno fatica a organizzarsi e non sanno vivere liberi; gli abitanti della repubblica, invece, sono estremamente attenti alla vita politica, e quindi il loro desiderio di libertà è più grande, e l'odio che riservano all'oppressore più forte. In tal caso il metodo da adottare è distruggere la città, o direttamente andare ad abitarvi.

CAPITOLO VI

DE PRINCIPATIBUS NOVIS QUI ARMIS PROPRIIS ET VIRTUTE ACQUIRUNTUR

I principati nuovi conquistati con armi e capacità proprie

On the new principalities conquered with weapons and abilities of one's own

Non bisogna meravigliarsi se, per parlare dei principati nuovi, si portano ad esempio personaggi illustri. Infatti, se un uomo ne segue l’esempio, sebbene per virtù non riesca a raggiungerli, almeno prova ad imitare la loro virtù. Ciascuno deve fare come gli arcieri, che, per colpire un bersaglio lontano, alzano la mira. Il principe avrà tanta più facilità ad acquistare principati nuovi e mantenerli quanto più sarà grande la sua virtù, perché per diventare principe servono virtù e fortuna, ma meno un principe si appoggia sulla fortuna più sarà facile per lui restare al potere, e sarà ancora più facile, se andrà ad abitare nel territorio appena conquistato.

Gli uomini migliori che sono diventati principi per virtù sono: Mosè1, Teseo2, Ciro3 e Romolo4; forse di Mosè non si dovrebbe parlare per il fatto che è stato Dio a dirgli cosa fare, anche se bisogna ammirarlo per avere avuto la grazia di parlare con Dio. Se però si considerano Ciro e gli altri, si può vedere che quelli hanno seguito l’esempio di Mosè. E dalla fortuna, hanno avuto soltanto l’occasione per arrivare al potere. Del resto, se non avessero avuto la virtù, l’occasione sarebbe andata sprecata.

Quelli che divengono principi per virtù, come questi grandi uomini, vi arrivano con difficoltà, ma con molta facilità mantengono il potere. Le difficoltà arrivano dal fatto che, per arrivare al principato, devono introdurre nuovi istituti e metodi di governo, e, in questo modo, hanno contro coloro che traevano vantaggi dal vecchio ordinamento, e come deboli sostenitori gli altri; così se i nemici dovessero attaccare, contando solo su questi deboli sostenitori, il nuovo principe sarebbe spodestato.

Inoltre è necessario osservare come quei grandi sono arrivati al potere, poiché si può giungere a esso in due modi: attraverso mezzi propri o dipendendo da altri. Così mentre nel primo caso – quello in cui si trovarono Mosè, Ciro, Romolo, Teseo – è più facile, una volta acquistato, mantenere il potere; mentre nel secondo, come si può osservare con Girolamo Savonarola5, appena la moltitudine comincia ad essere stanca, non è possibile costringerla con la forza a restare fedele.

A questi esempi l’autore ne aggiunge un altro minore: Gerone di Siracusa5, che giunse al principato da cittadino privato, e fu un esempio di grandissima virtù, non appena ebbe soldati ai suoi ordini, poté fare ciò per cui è famoso. Così, giunse al potere superando molte difficoltà, ma poi lo mantenne molto facilmente.

1 Mosè: profeta biblico che, secondo le Scritture, guidò l’esodo del popolo ebraico dall’Egitto alla Terra promessa di Israele.
2 Teseo: mitico fondatore di Atene, che avrebbe realizzato il “sinecismo”, ossia l’unificazione dei borghi attici.
3 Ciro: fondatore dell’impero persiano, morto nel 528 a.C.
4 Romolo: primo re di Roma che secondo la tradizione avrebbe fondato la città nel 753 a. C.
Girolamo Savonarola (Ferrara 1452 – Firenze 1498): frate domenicano, predicò con toni profetici, tra Lombardia, Ferrara e Firenze, la necessità di una riforma morale della Chiesa, attirandosi l’odio della curia romana, di Cesare Borgia, di Lorenzo de’ Medici, di Ludovico il Moro e di altri potenti. Caduta la Repubblica fiorentina e tornati i Medici a Firenze, fu accusato di eresia e bruciato sul rogo.
6 Gerone: tiranno di Siracusa morto nel 466 a.C.

CAPITOLO VII

DE PRINCIPATIBUS NOVIS QUI ALIENIS ARMIS ET FORTUNA ACQUIRUNTUR

Riguardo i nuovi principati che sono stati acquisiti attraverso eserciti e fortuna di altri

On the new states that have been acquired
 through armies and fortunes of others

Viene trattato l’argomento dei principati “conquistati con fortuna e armi altrui”: questo è il caso di Cesare Borgia¹ detto il Valentino, additato come modello di principe salito al potere “per fortuna”. Infatti, grazie all'aiuto del padre, Alessandro VI, Cesare conquista una gran parte d'Italia. Inoltre fa di tutto per far “mettere le barbe al nuovo stato” (la metafora presa dall'ambito naturalistico: lo Stato così realizzato è paragonabile ad un albero cresciuto troppo in fretta, privo delle radici e vulnerabile alla prima tempesta).
Cesare Borgia viene preso a modello per tutte le opere da lui compiute in ambito militare e non. Egli fallisce soltanto per estrema “malignità di fortuna” (la morte del padre e la malattia concomitante dello stesso Cesare).
Questa iniziale affermazione comporta una crisi nella trattazione di Machiavelli (perché se la causa del fallimento del Borgia fosse stata solo sfortuna, la ricerca da parte dell'autore di una forte personalità che incarnasse tutte le prerogative del principe si sarebbe interrotta).
Così viene individuato un errore che spiega il suo fallimento: il non aver impedito l'elezione di Giulio II² al soglio pontificio. Ciò permette all'autore di continuare il suo trattato; anche un principe tanto valente come il Valentino, seppure spregiudicato, può commettere un errore, e quindi, evitando gli errori, si possono trovare delle regole che guidino l'azione politica. La figura di Cesare Borgia incarna quell'antropocentrismo rinascimentale tipico della cultura del periodo.
Viene messo in luce il fatto che Borgia fosse riuscito a creare interessi comuni tra la sua ambizione politica e le convenienze della Romagna, implicitamente additando una delle norme fondamentali che un principe deve osservare.
Altro esempio trattato è quello di Francesco Sforza³, duca di Milano, “signore per virtù” che mantiene il proprio stato con “poca fatica”, dopo averlo “acquistato con molti affanni”.

¹Cesare Borgia (1475-1507), figlio del papa Alessandro VI; arcivescovo e poi cardinale di Valencia, nel 1503 si impadronì della Romagna e successivamente della Toscana e dell’ Italia centrale; morto il padre (1503) venne prima incarcerato e una volta evaso si ritirò a Pamplona dove fu ucciso in un’ imboscata.
²Giulio II (1443-1513), Giuliano della Rovere, francescano, divenne pontefice nel 1503 alla morte di Alessandro VI. Per tutto il suo pontificato tentò di rinsaldare politicamente la potenza dello stato pontificio.
³Francesco Sforza (1401-1466), figlio di un capitano di ventura, fu al servizio di Filippo Maria Visconti che gli diede in moglie sua figlia,Bianca Maria.Nel 1450 tramite accordi con Venezia si fece nominare signore di Milano ed ebbe questa carica fino alla sua morte (1466).

CAPITOLO VIII

DE HIS QUI PER SCELERA AD PRINCIPATUM PERVENERE

Riguardo quelli che hanno conquistato il principato per mezzo di delitti

On those who have conquered the state by wickedness

Attraverso l'uso di due exempla, uno antico, l'altro moderno, si espone il modo di diventare principe dopo essere stato un semplice cittadino, non grazie alla fortuna o alle proprie capacità, ma con l'infamia.
Agatocle divenne re di Siracusa dopo essere stato un cittadino qualunque, tramite azioni spietate e malvagie. Dopo essersi arruolato nell'esercito riuscì a salire di grado fino a diventare capo e, stanziatosi al comando, decise di divenire principe. Così una mattina, con l'aiuto del generale Amilcare Barca, Agatocle radunò tutto il popolo e il senato di Siracusa e, dopo aver lanciato il segnale prestabilito, fece uccidere tutti i senatori e coloro che appartenevano alla classe sociale più ricca. Ma, nonostante l'eccidio, Agatocle riuscì a mantenere il principato e il consenso del popolo, e a conquistare anche parte dell'Africa malgrado gli attacchi e gli assedi dei Cartaginesi.
Ai tempi del regno di papa Alessandro VI invece, Oliverotto Euffreducci da Fermo in età giovanile si arruolò nell'esercito del comandante Paolo Vitelli, e, dopo la morte di quest'ultimo, in quello del fratello Vitellozzo. Non accettando però di rimanere sotto il comando di qualcuno, decise di conquistare Fermo con l'aiuto di Vitellozzo Vitelli e di alcuni cittadini della stessa città. Così Oliverotto scrisse allo zio di voler tornare a casa, sperando in una solenne accoglienza da parte di tutti gli abitanti. Dopo aver trascorso circa due giorni come ospite dello zio, lo spregiudicato Oliverotto invitò tutti i notabili della città e lo stesso Giovanni ad un banchetto, e con uno stratagemma fece uccidere dai suoi soldati tutti gli invitati. Così assediò Fermo e conquistò il principato, ma poco dopo, caduto nell'inganno di Cesare Borgia, venne a sua volta catturato e strangolato.
Perché alcuni principi siano riusciti a mantenere il potere, e a vivere al sicuro senza eventuali complotti contro di loro mentre altri no, dipende dalle crudeltà perpetrate. Si distinguono, infatti, due tipi di crudeltà, quelle bene usate e quelle male usate. Le prime sono quelle crudeltà di cui si fa uso una sola volta, le seconde invece sono quelle che aumentano con il passare del tempo senza mai cessare.
Le violenze devono essere compiute, quando ce ne sia la necessità, tutte in un solo colpo, così che i sudditi se ne “dimentichino” e non si ribellino. Il fare opere buone invece deve essere continuo, in modo da essere sempre giudicato favorevolmente dal popolo.

CAPITOLO IX

DE PRINCIPATU CIVILI

Sul principato civile

On civil states

Si analizza il caso in cui il principe salga al potere con il favore degli altri cittadini (perciò questo sarà detto principato civile), avendo il benestare o del popolo o quello dei nobili. In ogni città, infatti, si trovano due sentimenti contrapposti: da una parte il popolo vuole essere libero dall'oppressione degli aristocratici, e dall’altra i potenti desiderano opprimere il popolo. Proprio per questi motivi, i nobili fanno principe uno di loro, non potendo resistere al popolo, mentre il volgo fa principe qualcuno per difendersi.

Chi diventa principe con l’appoggio dei nobili, mantiene il potere con più difficoltà rispetto a quello che lo è diventato secondo il volere del popolo. Nel primo caso, infatti, il sovrano si trova circondato da molti che si credono pari a lui, e per questo non li può né governare né comandare a suo modo, mentre chi ha l'appoggio popolare è tra pochi che si considerano a lui eguali, e perciò la maggioranza è composta da uomini fidati e pronti ad ubbidire. Così, infatti, a Nabide¹, re degli Spartani, nel difendersi dall’attacco di tutta la Grecia e di un esercito romano assai valente, bastò assicurarsi dell’appoggio di pochi, essendo a sua volta sostenuto dal popolo. Inoltre non è facile soddisfare i potenti senza arrecare danno a qualcuno, laddove è più facile soddisfare la plebe, e certamente più giusto, poiché il popolo vuole non essere oppresso, mentre gli altri vogliono opprimerlo.
Così, dunque, un principe non può mai regnare con serenità, se ha il popolo contro, perché questo è assai folto e nient’affatto governabile, mentre un sovrano può affrontare con minore difficoltà con l’avversione degli aristocratici, perché sono in minor numero e inoltre egli può, durante il principato, far diventare grandi alcuni, e disfare le ricchezze ed il potere di altri. Infine, è importante che il principe cerchi un compromesso col popolo, così da avere il suo appoggio, cosa che gli risulterà facile, poiché il popolo non chiede altro se non di non essere oppresso. 

¹Nabide: tiranno di Sparta (205 a. C-192 a.C.), fautore di una politica di redistribuzione delle terre. Attaccato nel 195 a.C. dalla Lega Achea e dai Romani, perse il dominio delle città sottomesse, ma non di Sparta.

CAPITOLO X

QUOMODO OMNIUM PRINCIPATUUM VIRES PERPENDI DEBEANT

Valutazione della forza di un principato

Evaluation of a State’s power

Un buon principe deve riuscire a difendere i suoi territori autonomamente e non grazie ad un aiuto esterno. A questo riguardo si citano, come buon esempio da seguire, le città della Germania, che non temono i potenti, mentre essi, a loro volta, non tentano di attaccarle, non volendo cominciare un assedio difficile da portare a termine. Le città germaniche hanno infatti fossi e mura protettive, armi a sufficienza, disponibilità di lavoro per tutti i cittadini e, per non far soffrire di fame il popolo, dispense pubbliche di viveri. Dunque un principe benvoluto dal suo popolo e che abbia una città ben organizzata, come avviene spesso in Germania, è molto difficile che venga attaccato.
Inoltre un sovrano saggio dovrebbe dare ai sudditi la speranza che, in caso di assalto, le difficoltà non dureranno molto tempo, e, contemporaneamente, alimentare il timore circa la crudeltà del nemico. Tanto più il principe si comporterà in questo modo, tanto più i cittadini si sentiranno vicini a lui, perché, anche in caso di attacco, quando saranno loro bruciate le case e distrutti i possedimenti, la loro natura è di ricambiare i favori loro concessi.

CAPITOLO XI

DE PRINCIPATIBUS ECCLESIASTICIS

Su i principati Ecclesiastici

About the ecclesiastical states

L’unica difficoltà dei principati ecclesiastici sta nell’ottenerli, poiché si conquistano con virtù e fortuna, ma si possono mantenere senza l’una e senza l’altra. Una volta ottenuti, il principe potrà non preoccuparsi della possibilità di perderli, perché questa forma di potere ha fondamento nelle istituzioni religiose, che sono tanto potenti da mantenere i suoi principi al potere in un modo o nell'altro. Di conseguenza questi sono principati sicuri e felici. Dopo questa premessa, si spiega come il potere temporale e dei papi sia divenuto importante a tal punto da poter scacciare il re di Francia dall'Italia e da danneggiare i veneziani.
 

CAPITOLO XII

QUOT SINT GENERA MILITIAE ET DE MERCENARIIS MILITIBUS

I vari tipi di eserciti e le milizie mercenarie

The various kinds of army and mercenary

Fondamento di uno Stato sono le buone leggi e gli eserciti efficienti. Le forze militari possono essere mercenarie o proprie.
L'errore più grande che provocò la divisione dell'Italia in molte repubbliche fu quello che per molti anni furono assoldate dai vari principi per le guerre milizie mercenarie, che sono inutili e disunite. Inoltre i mercenari non sono animati da benevolenza per il paese o per il principe, ma soltanto dai privilegi personali loro concessi e quindi portano all'instabilità dello stato da cui sono stati ingaggiati e soprattutto un maggiore rischio per lo stato di essere assoggettato da capi stranieri.
Quindi è necessario che il principe in persona, nel caso del principato, oppure un cittadino, nel caso della repubblica, guidi l'esercito per ottenere la vittoria.
Esempi di eserciti nazionali sono quelli di Romani, Spartani e Svizzeri. E esempi invece di stati con eserciti mercenari sono Cartagine, Tebe e il ducato milanese degli Sforza. Vi sono infine alcuni stati che fanno eccezione, perché, pur avendo usato milizie mercenarie, sono riusciti comunque a mantenere il loro potere, ovvero Firenze e Venezia. Si ricordano infine i nomi di chi ha dato inizio alle compagnie di ventura: Alberigo da Conio¹, Braccio da Montone² e gli Sforza.

¹Figlio di Aldisio, nacque nel 1344 a Conio e fondò la prima compagnia di ventura italiana.
² Braccio da Montone (1368-1424), condottiero di ventura, governatore di varie città e Gran Connestabile del Regno di Napoli, nel Quattrocento fu quasi vicino a creare uno Stato nell'Italia centrale.

CAPITOLO XIII

DE MILITIBUS AUXILIARIS, MIXTIS ET PROPRIIS

Sui soldati ausiliari, misti e propri

On auxiliaries, mixed and own armies

In questo capitolo viene esaminata l’eventualità che un principe chieda ad un sovrano più potente di lui che lo aiuti nella conquista e nella difesa dei territori. Tuttavia, questa è uno stratagemma inutile, poiché, qualora il principe venga sconfitto, perderà il potere, mentre, qualora vinca, dipenderà dalle truppe alleate. Per esempio, l'imperatore di Costantinopoli Giovanni VI* chiese aiuto a diecimila Turchi, perché lo supportassero in Grecia, e i Turchi, terminata la guerra, resero schiava la Grecia. Questo genere di soldati porta alla rovina certa, in quanto, nelle armate mercenarie, a detenere il potere dell'esercito è un comandante nominato dal principe, ma sconosciuto ai mercenari, e perciò non può acquisire una tale autorità da minacciare il potere del principe. Pertanto è molto più pericolosa l'ignavia delle milizie mercenarie che la virtù delle ausiliarie; per questo un principe saggio evita sempre di rivolgersi ai sovrani più potenti. Ritiene infatti preferibile perdere con le proprie armate piuttosto che ottenere una vittoria fittizia con quelle altrui. Cesare Borgia, ad esempio, si servì in primo luogo delle armi ausiliarie francesi per entrare in Romagna, ma poi, non fidandosene più, arruolò Orsini e Vitelli. In seguito, però, ritenne anche questi poco degni di fiducia, e, alla fine, si rivolse ai propri soldati. Rimasto con le sue sole truppe, si accorse di quanto maggiore fosse la sua reputazione, in quanto loro unico comandante. Da altri esempi (Gerone di Siracusa e David), si può comprendere come le armate ausiliarie o recano danni, o ti rendono sottomesso. In Francia Carlo VII, avendo liberato il suo regno dagli Inglesi grazie alla virtù, istituì un esercito di truppe proprie arruolando dalla sua gente fanti. Di lì a poco suo figlio Luigi XI interruppe questa usanza e iniziò ad arruolare mercenari svizzeri. Questa mossa fu controproducente per i Francesi, le cui armate si sentirono inferiori a quelle Svizzere, e si convinsero che senza di esse non avrebbero potuto vincere. Inoltre un principe non è davvero saggio se non è in grado di riconoscere i mali fin dal principio. Per cui senza un esercito composto da sudditi e cittadini propri, ci si deve affidare in tutto alla fortuna, non essendo il principe in grado di difendersi nelle situazioni avverse. E sarà facile organizzare le proprie armate se si prenderà come esempio Filippo, padre di Alessandro Magno.

CAPITOLO XIV

QUOD PRINCIPEM DECEAT CIRCA MILITIAM

Quello che a un principe spetta fare riguardo l'esercito

A prince's military duties

Un principe dovrebbe avere come primo pensiero l’arte militare. La guerra, infatti, non solo mantiene al potere coloro che lo hanno ricevuto per eredità, ma è anche in grado di farvi arrivare un privato cittadino. Allo stesso modo il primo motivo della perdita o dell’acquisto del potere è l’intendersi o no dell’arte della guerra.
Ad esempio Francesco Sforza divenne duca di Milano grazie alle sue capacità e al suo esercito, mentre i suoi figli, non avendo la padronanza dell’arte bellica, da duchi divennero privati. Non si può paragonare una persona armata ad una che non lo è e non è quindi ragionevole che un uomo armato obbedisca ad un uomo disarmato; perciò un principe che non si intenda di guerra, tra le altre cose, non può aspettarsi la stima né la lealtà dei suoi soldati.
Pertanto, un principe, non dovrebbe mai mettere da parte il pensiero della guerra, soprattutto in tempo di pace, ma occorre che utilizzi le sue opere, le sue azioni pratiche per mantenere l’allenamento corporale; infatti dovrebbe andare a caccia e abituare il suo corpo ai possibili disagi, imparare a memoria come si presenta la natura (pianure, monti, fiumi, ecc.). Ciò potrà essergli utile in futuro: conoscendo il proprio paese un principe potrà sfruttarne meglio le difese e comprendere la composizione di altri siti. Un principe che manchi di tale capacità non potrebbe sfruttare le terre e i campi di battaglia a vantaggio del suo schieramento.
Filopemene, principe degli Achei, si divertiva ad immaginare ovunque andasse possibili scenari di guerra: ragionando con i suoi amici sulle possibili collocazioni delle schiere nei diversi luoghi visitati, in modo da eliminare, quando era alla guida dell’esercito, con tutto questo pensare, la possibilità che ci fosse alcun tipo di incidente a cui lui non potesse trovare rimedio.
Il principe perfetto dovrebbe poi esercitare la propria mente studiando la storia e le azioni di uomini che furono grandi, analizzare battaglie vinte e perse, per evitare errori già commessi. Come si dice che Alessandro Magno1 imitasse Achille, e Cesare2 imitasse Alessandro  e come queste emulazioni furono fonte di gloria nelle loro vite, così un principe dovrebbe trarre il buon esempio dagli eventi del passato e mai rimanere in ozio in tempi di pace, ma allenarsi continuamente così da risultare pronto a qualsiasi avversità.

 

1 Alessandro Magno, figlio di Filippo II di Macedonia, regnò dal 336 a.C. al 323 a.C. e sottomise ampia parte dell’Impero Persiano (fino al fiume Indo); alla sua morte, il suo impero fu diviso nei cinque Regni Ellenistici.  

2 Gaio Giulio Cesare (100 a.C. – 44 a.C.) fu generale, console e dittatore romano; il suo operato segnò la fine dell’era repubblicana in favore del principato e poi dell’impero; conquistò e sottomise Gallia e Britannia, vinse Pompeo nella Guerra Civile (conclusasi nel 45 a.C.).

CAPITOLO XV

DE HIS REBUS QUIBUS HOMINES ET PRAESERTIM PRINCIPES LAUDANTUR AUT VITUPERANTUR

Sulle qualità che rendono gli uomini e soprattutto i principi degni di lode o di biasimo

About the qualities that make men and most of all princes worth either of praise or blame

Machiavelli analizza le qualità che un buon principe deve avere, e spiega in quale modo debba comportarsi con i sudditi e con gli amici. Nel parlarne, teme di essere ritenuto presuntuoso in quanto si discosta dalle comuni teorie espresse in merito. Molti hanno immaginato principati che non esistono nel mondo reale e che non potrebbero esistere. Chi si occupa di ciò che dovrebbe succedere in teoria invece che di ciò che succede realmente, rischia di andare in rovina. Machiavelli predilige la concretezza ad un progetto illusorio, rifiutando l’idea di un principato utopico ma irrealizzabile, e proponendo invece un atteggiamento pragmatico. La bontà è un grande ideale, ma un uomo che fosse sempre buono in mezzo a tanti che non lo sono, finirebbe infatti per rovinarsi. Per restare al potere un uomo deve comportarsi da buono e da non buono a seconda delle necessità. I principi devono essere giudicati in base alle qualità che li rendono meritevoli di lode o di biasimo in quanto principi. Sarebbe lodevole se di tutte le caratteristiche (generosità o avidità, pietà o crudeltà, e via dicendo) un principe possedesse solo quelle buone, ma data la condizione umana questo non è possibile. Di conseguenza, egli deve evitare i vizi che gli farebbero perdere il potere, ma non deve fare a meno delle qualità che gli sono utili per regnare con efficacia. Ciò che è buono moralmente rischia di essere dannoso politicamente, e viceversa ciò che risulta politicamente utile, rischia di essere scorretto moralmente. La contraddizione è inevitabile.

CAPITOLO XVI

DE LIBERALITATE ET PARSIMONIA

Della generosità e della parsimonia

On largesse and thriftiness

La generosità, o liberalità, se è praticata con misura, non verrà riconosciuta, se viene ostentata, alla fine sarà considerata un’infamia. Infatti, se un principe vorrà essere generoso a lungo, dovrà spendere del suo e, esaurito il denaro, sarà costretto a gravare sui sudditi con le tasse. Questo lo renderà odioso al popolo, poiché una simile scelta premia pochi e danneggia molti. Allora è più prudente essere parsimoniosi, dal momento che la fama di avaro con il tempo può trasformarsi in quella di generoso: il risparmio permetterà infatti al principe di muovere guerre e promuovere opere pubbliche senza gravare sui sudditi. Come esempi, si considerino papa Giulio II1 e Luigi XII2 di Francia: il primo fu generoso solo nell’ascesa al potere, dedicandosi in seguito ad una guerra assai impopolare; il secondo, invece, riuscì grazie alla sua parsimonia a sostenere innumerevoli conflitti armati senza gravare sui sudditi.

Occorre infine distinguere fra il principe che si sta guadagnando il potere e il principe che già l’ha conquistato. Nel primo caso la liberalità è necessaria; nel secondo è dannosa.

Il principe può spendere il proprio denaro e quello dei suoi sudditi o i bottini di guerra, dunque il denaro degli altri. Quando spende le ricchezze dei bottini, deve essere generoso, o rischia di non essere più seguito dal suo esercito: spendere le ricchezze degli altri, come fu per Ciro3, Cesare e Alessandro, accresce infatti la reputazione del principe. Al contrario, lo spendere del proprio finisce per impoverire il principe. Di conseguenza, la liberalità lo porta a essere disprezzato e odiato dai sudditi. E questa, tra tutte le cose, è quella da cui più ci si deve guardare. In conclusione, è meglio che un principe si tenga il nome infame di avaro, per cui non viene però odiato, piuttosto che si acquisti quello di scialacquatore, che genera odio oltre che infamia.

 

1 Giuliano della Rovere, fu papa dal 1503 al 1513; costituì insieme a Luigi XII di Francia, l’imperatore Massimiliano I e Ferdinando II d’Aragona la Lega di Cambrai (1508-1510).
2 Luigi XII di Francia, figlio di Carlo d’Orleans e Maria di Cleves, regnò dal 1498 al 1515, e contribuì alla formazione della Lega di Cambrai (1508-1510).
3 Ciro II di Persia, detto il Grande, regnò dal 559 a.C. al 529 a.C. Figlio di Cambise I, della dinastia degli Achemenidi, liberò i persiani dal giogo dei Medi e sottomise, unificate le tribù iraniche e conquistata Babilonia, i popoli di Siria e di Lidia.

 

CAPITOLO XVII

DE CRUDELITATE ET PIETATE; ET AN SIT MELIUS AMARI QUAM TIMERI, VEL E CONTRA

Sulla crudeltà e sull’umanità: è meglio essere amati che temuti, o il contrario?

On cruelty and clemency: it is better to be loved than to be feared, or the opposite?

La condizione ideale per un principe è quella di essere allo stesso tempo amato e temuto.Qualora non sia possibile avere ambedue, bisogna preferire l'esser temuto.
Il peggior male di un principe è farsi odiare. L’odio è la causa primaria della rovina di un regno: quindi è bene che colui che governa si faccia temere al punto giusto in modo da non essere odiato.Inoltre non si deve essere apprezzati da amici ipocriti vicini solo per opportunismo e il buon principe deve saper gestire queste situazioni preferendo che gli amici lo temano.Occorre anche cercare in alcune circostanze di essere apprezzati per umanità, ma in modo che, in caso di fallimento, comunque non si riceva odio.
Esempi illustri come quelli di Annibale1 o di Scipione2 ci dimostrano come la crudeltà possa essere tollerata solo se si accompagna a grandi capacità.


1 Annibale: (Cartagine, 247 a.C. – Libyssa, 182 a.C.) fu un condottiero e politico cartaginese, famoso per le sue vittorie durante la Seconda guerra punica.

2 Scipione: (Roma, 235 a.C. – Liternum, 183 a.C.) è stato un politico e generale romano.


CAPITOLO XVIII

QUOMODO FIDES A PRINCIPIBUS SIT SERVANDA

In che modo il principe deve osservare la lealtà

How the prince has to observe loyalty

È meglio agire secondo astuzia o secondo giustizia? Il principe non deve agire sempre  in modo sleale, ma cercare di evitare questo comportamento quando ve ne è la possibilità. Perciò il principe ideale deve essere metà uomo e metà bestia, cioè esercitare la giustizia e, quando non è possibile altrimenti, la forza. Per questo infatti grandi eroi dell’antichità furono educati da Chirone1 centauro (uomo e bestia insieme): per imparare entrambe le arti, proprie ciascuna di una parte. Non sarebbe necessario un tal comportamento da parte del principe, se gli uomini fossero tutti giusti, ma poiché spesso sono sleali e scorretti, il principe deve venir meno alla sua promessa di lealtà, come gli uomini sono venuti meno alla loro promessa di giustizia. Per il bene comune il principe deve essere più furbo e astuto che giusto perché il volgo, che è semplice, ubbidirà alle necessità presenti, facendosi ingannare da chi ne è capace. Alessandro VI2, il cui governo fu prospero proprio grazie alla sua capacità di abbindolare il popolo, sebbene sembrasse avere molte buone qualità (fede, carità, religione, umanità), in realtà poche ne aveva e poche esercitava. Il buon principe infatti deve sembrar di avere molte doti, anche se non ne possiede alcuna. Sembrare è più importante di essere, perché tutti vedono come si appare e pochi vedono come si è.

 

1 Chirone: personaggio della mitologia greca, era un centauro, cioè mezzo cavallo e mezzo uomo.

2 Alessandro VI: (Xàtiva, Spagna 1431 – Roma 1503) papa dal 1492.

CAPITOLO XIX

DE CONTEMPTU ET ODIO FUGIENDO

Sul fuggire il disprezzo e l’odio

On running away from contempt and hatred